mercoledì 28 marzo 2012

L'umiltà e la Tripla A


Buona Vita Amici, 

Don Giuseppe Stoppiglia l'ho incontrato per la prima volta alla Marcia per i bambini di strada organizzata dall'associazione Macondo. E' una di quelle persone che la guardi negli occhi e ti cattura. I suoi occhi parlano molto più di quanto possa fare la bocca, e le sue azioni rimangono scolpite nella Vita di molte persone, molto più di quanto queste parole rimarranno impresse sulla carta o nella memoria dei vostri PC. 

Io non sono una persona religiosa, ma ho fede nell'uomo in quanto parte di Dio. Un Dio che non ha bisogno di avere un nome perché, forse, sa benissimo che se io lo chiamo Allah e lui lo chiama Padre Eterno, prima o poi, qualcuno vuole averla vinta sull'altro. Ho fede che la nostra società possa cambiare, a partire da me, e fare della tripla A un simbolo di pace. Sugli annunci economici si legge spesso A.A.A. Cercasi. In questo caso non è un annuncio economico ma un annuncio di Pace: A come Accettare, A come Accogliere, A come Amare.


Lo slogan di Macondo è "Insieme per vivere". Don Giuseppe lo definisce, forse, uno slogan utopico e dice che "probabilimente siamo dei sognatori, ma ci piace credere nell'uomo, nell'umanità e nei rapporti umani". 

Non penso che Don Giuseppe possa essere definito un semplice sognatore, perché il suo agire ha fatto sì che migliaia di bambini brasiliani venissero tolti dalla strada e la sua opera continua tuttora (potete seguire il suo operato su Macondo ).

Don Giuseppe ci tiene a specificare che "sono e resto  un povero viandante e non  uno scrittore. Ricavo dalla  mia vita incontri , episodi e storie che possano dare segni di speranza e di comunione". Proprio una di queste storie mi e ci è stata regalata. Un racconto che mi è stato spedito ormai diversi mesi fa. L'ho sempre tenuto nel cassetto perché non ritenevo che questo episodio fosse una storia da Buona Vita.

Ci ho messo un po' di tempo a capire che questa storia, per quanto triste possa sembrare, racchiude in sé un significato profondo. Arrivare alla tripla A non è un passo semplice, ma è un cammino che può durare una Vita o più Vite.
Accettare, Accogliere, Amare, sono tutti verbi che implicano azione. Accettare il prossimo significa andargli incontro, accogliere significa aprire le braccia, amare significa donarsi, ma tutti questi verbi richiedono un presupposto: l'umiltà. L'umiltà per accettare il prossimo che la pensa diversamente da noi, l'umiltà di accogliere chi non ha nulla da offrirci in cambio, l'umiltà per amare il nostro prossimo. Ma non dimentichiamoci che la stessa umiltà è necessaria per accettare i nostri limiti; la stessa umiltà è necessaria per accoglierci perdonandoci i nostri sbagli; la stessa umiltà è necessaria per amare noi stessi, indispensabile punto di partenza per poter amare il nostro prossimo.

                                                     FACCIA  DA  LADRA

Ogni giorno la vedo rannicchiata nell’ultimo banco della chiesa, accanto alla cassetta delle elemosine. Non cambia mai posto. Che ci sia la chiesa affollata o sia sola nella penombra, tiene sempre a portata di mano lo spacco ormai ingrandito della cassetta.
Tutti sappiamo che è una ladra e ne abbiamo le prove. Già quattro o cinque volte qualcuno di noi l’ha colta in fragrante. Finge sempre di sonnecchiare, in quei momenti. Se viene rimproverata o minacciata, non sembra accorgersi delle nostre parole, i suoi occhi acquosi e sfuggenti ci guardano brevemente, quasi  con pigrizia. Si difende con brontolii incomprensibili. Sta lunghissime ore al medesimo posto, senza fretta, spiando con pazienza esasperante il momento di restare sola. Allora introduce di colpo non so che tipo di ferro uncinato ed escono le monete in pochi secondi.

Veste un abito verdognolo consunto agli orli e ai gomiti e tiene sulle spalle una giacca a quadri che non infila mai. Credo non abbia cambiato nemmeno d’inverno le scarpe di panno ruggine, da cui escono le calze rattoppate. Tutta la figura è miserabile e spezzata. Nemmeno l’agitazione del furto riesce a renderla snella. Solo la faccia è vivente, sotto i capelli bianchicci e color pepe, tirati sulla nuca piccola. Più volte sono stato a guardarla da dietro i vetri della mia finestra di fronte  all’ingresso della chiesa. Petulante ed esigente con le persone che incrocia, protesta ed inveisce con una voce dura e grossa, quasi da uomo, che le prime volte mi ha fatto trasecolare, con chi la rimprovera o le dà qualche consiglio.

Pare, fino a poco tempo fa, che non stesse proprio male. A sentire lei abitava in città, a Bologna, con la figlia sposata da poco ad un ragioniere. I due, però, non andavano d’accordo, le scenate e i litigi erano molto frequenti. Una figlia piuttosto facile, a sentire la madre, che ne parlava con collera.
Tempo fa la figlia è fuggita con un altro uomo, disgraziato pure lui. Il marito ha ringraziato tutti i santi ed ha messo la suocera alla porta. Allora è venuta  abitare qui, vicino al mare, sperando non so in quali parenti, le speranze, però, sono morte subito. Nessuno la vuole in casa.
Sebbene una certa velleità d’eleganza persista nella sua persona, una miseria totale e feroce l’ha già segnata definitivamente. Ricordo bene i primi giorni in cui compariva in chiesa, i suoi vestiti erano meno sciatti e i capelli meglio pettinati. Ora non regge più.
Nessuno sa dove dorma. La sua giornata la passa in chiesa, quando è aperta, oppure sui gradini del municipio, accanto alla canonica. Non so se preghi: mi domando spesso cosa pensi nelle interminabili ore che passa davanti all’altare. Una volta l’ho vista con la corona del rosario in mano. Mi ero quasi commosso, ma pensieri cattivi mi hanno indurito il cuore.

Ieri notte sono tornato a casa molto tardi. Saranno state le due del mattino. Non avevo sonno. Avevo udito, visto e detto molte cose belle.
  
Pazienza e attenzione da parte del pubblico, conversazione amabile con gli amici. C’era e si respirava un’aria di primavera e di soddisfazione dentro e fuori di me.
Avvicinandomi al portone della chiesa ho scorto sui gradini, un’ombra nella penombra. Non ci ho badato, credendo ad un effetto della luna sulle colonne.
Quando ho introdotto la chiave nella toppa, l’ombra s’è mossa, ha emesso un lamento. Mi sono fermato di colpo, scrutando nell’angolo. La donna era rannicchiata su se stessa.
Ha alzato la faccia solo per un istante e la voce legnosa, colma di una disperazione incredibile, ha mormorato qualcosa che non ho capito. Ho visto che tutte le fosse del volto, nel luce della luna, erano più fonde e allagate di lacrime.
Prima che potessi riavermi dallo stupore e domandarle qualcosa, si è alzata, ha stretto alle spalle la giacca a quadri e si è allontanata, tremando sulle gambe storte.
Questa mattina durante la Messa ho guardato ansiosamente l’ultimo banco, sperando di vedere la donna al suo posto come sempre, magari col ferro nel buco della cassetta dei soldi, purché ci fosse. Volevo che la Messa fosse tutta per lei, il modo migliore per chiederle perdono.
Ma non c’era.
Ho continuato la Messa con grande tristezza e con profonda amarezza. Avrei voluto piangere, almeno, ma non ci sono riuscito, perché sono soltanto un povero uomo, dal cuore duro.  

di Giuseppe Stoppiglia

Buona Vita Amici

Un sorriso sincero è Vita...perché è Accoglienza, Accettazione, Amore